venerdì 17 luglio 2009

Un racconto

Nicola Padovano

IL FIORE SULLE MONTAGNE





A Serena:
al di là delle terre bruciate c'è un fiore.
E quel fiore sei tu.


E' possibile scaricare la versione pdf del racconto cliccando sul link:
Il fiore sulle montagne.pdf


(parlano una Madre e un Figlio lontano)


MADRE: Perché mi hai lasciato? Perché? Dovevi cercare meglio, avere pazienza e scalare i monti più alti. Te l’ho detto infinite volte che prima di fermarsi bisogna cercarlo. Forse non ricordi le antiche parole della favola bella? “Se anche ci fosse un unico fiore...


FIGLIO: ...tra le spine infinite, varrebbe la pena.” Le ricordo bene mamma, e credimi, anch’io l’ho cercato quel fiore: in tutti i cuori più dolci, fra tutti i segreti dell’anima, su tutte le cime innevate. Ovunque! Ma tra le spine che non finivano mai, c’erano solo altre spine, che non finivano mai. Ho imparato molto da te e non me ne sarei andato senza una ragione. E poi lo vedevi com’ero felice nel nostro paesino – quella manciata di case che d’inverno viene sommersa dalla neve –, in mezzo a quell’intricarsi semplice di stradine antiche dove tutti costruiscono la propria esistenza basandosi su un’umiltà schietta e sincera, quella stessa umiltà necessaria per lavorare la terra. Ricordi la gioia e il continuo stupore, ogni volta che ci ritornavo, dopo mesi di lontananza? Percorrevo sempre le stesse viuzze, scorgevo un terrazzo, un angolo d’interno e ne immaginavo la vita. Spesso giravo senza una meta, da solo, infuriato con me stesso, e l’unica cosa che poteva calmarmi era ammirare la sconfinata serenità che c’era dintorno, tra i sentieri e la gente, l’immane forza dell’estate, quando il sole fatica a tramontare incendiando le nuvole sopra il campanile della torre, quando il cuore delle rondini scoppia di gioia per quel mare di fuoco. Bastava poco: una voce o una canzone, una ventata di tiglio nella sera di giugno e tutto passava, mi sentivo rincuorato e riuscivo ancora a godere il tempo: mi accorgevo che in ogni casa c’era una luce, un sussulto, un cuore che batte. Era tutto perfetto in quel paradiso.


MADRE: E allora? Come hai potuto abbandonare il tuo mondo? Qui da noi, i mesi si alternano da sempre con bontà genuina e la vita, per quanto difficile e ingorda di stagioni e di sogni, è sempre degna d’essere vissuta, sempre pregna di un valore antico, semplice, buono. I tuoi nonni hanno spremuto il sangue delle mani nella terra e la terra ha donato loro la forza per possederla, per vederla fiorire ogni primavera. Questo legame arcano, di radici e di sangue, che dura da secoli, te lo senti nel corpo a consumarti la mente ogni volta che sei lontano, a toglierti il respiro ogni volta che ci pensi. Le radici non ti hanno fermato? Nemmeno le montagne sono riuscite a convincerti? Sei cresciuto mentre ti brillavano dinanzi: sono state i tuoi primi disegni, le tue prime scoperte, i tuoi primi desideri di evasione.


FIGLIO: Oh, mamma! Ogni mattina, svegliandomi, le salutavo con timoroso rispetto, come se il successo della giornata fosse dettato dal loro umore, che diventava profumo intenso durante le notti di pioggia. Come odorava la terra bagnata! E quanti ricordi s’aggrovigliano, adesso, intorno a questa mia anima vile. Mille fantasticherie, mille voli ho sognato allorché, leggendo un libro, m’incantavo a guardarle: chissà cosa c’è immerso tra gli alberi, nella terra, sotto una pietra...c’è ancora un tronco, una pianta o un filo d’erba che nessun uomo ha mai visto o toccato? Chissà se piangono le montagne, ascoltando dall’eterno i nostri inutili lamenti che ogni notte salgono su in cima a congelare tutto quel povero cielo...chissà se tremano le stelle, se di nascosto guardano le nostre misere luci ammiccandoci qualche mistero. E chissà se muoiono le stagioni, se il loro mormorio è soltanto la nostra straziante malinconia...lassù, dove lacrime e silenzio attendono un sorriso, dove il vibrare dell’aria sussurra ricordi e le infinite preghiere trepidano in una voce, lassù, l’alternarsi degli anni e il succedersi dei soli è soltanto la vita che passa. Questi erano i miei pensieri (oramai intrappolati nel frastuono del tempo, nel viluppo degli anni!) prima che lo scricchiolare della sedia o un grido per strada mi riportassero agli studi. Prendevo la matita e continuavo a sottolineare, ansioso di dover chiudere quei libri, amati ed odiati, per correre fuori ed essere sicuro di aver visto tutto, di aver messo il piede su ogni angolo di terra. Era diventata un’ossessione tanto sciocca quanto significativa: stavo per andarmene e mai avrei voluto avere il rimorso di essermi fatto sfuggire una qualunque goccia di superficie che mi apparteneva. Mamma, è stata una decisione fredda e determinata, perfettamente lucida: ho studiato con matematico rigore tutte le conseguenze che sarebbero sopraggiunte, tutto il rammarico che avrebbe tormentato la tua vita e quella degli altri. Non c’erano soluzioni: dovevo sistemare le mie cose, andar via e non tornare mai più. Avevo capito che la felicità – chiudere a chiave, silenziosamente, la porta della propria casa mentre tutti dormono – mi sarebbe stata negata per sempre, come alla Terra il secondo volto del candido pianeta. È stato allora che ho smesso di cercare.


MADRE: Povero cuore! Non dovevi fermarti! Chi può dire che sotto la gramigna non germogli un oleandro? Al di là delle terre bruciate c’è sempre un fiore per ognuno di noi.


FIGLIO: Non parlarmi così, ti prego. Qui il rimpianto è sconfinato, non pensare che per me sia facile trascorrere questi istanti! Per favore, devi credermi: ho aspettato abbastanza, ho aspettato tanto da capire che sulla mia terra sarebbero potute crescere soltanto erbacce, e queste stavano per sommergere tutto quel povero verde. È meglio sparire lasciando un po’ di colore, meglio partire e farla finita. Forse ho sbagliato, anzi, sicuramente ho sbagliato, ma la forza, mamma, la forza non c’era più. No, adesso non piangere. Smettiamola con le cose tristi! Pensiamo a tutti quei bei momenti che abbiamo vissuto insieme, ricordiamo di quando ero piccolo...


MADRE: Figlio mio, ancora con i ricordi. Ti è sempre piaciuto rievocare il passato, quel pugno di polvere che ti morde l’esistenza, che ti mangia il cuore.


FIGLIO: Eppure sono i ricordi che ci rimangono vivi dentro. Quanti ricordi, mamma...Un tempo c’erano i sogni, quelli che t’accompagnano sempre da bambino quando pensi che la Luna abbia gli occhi e davvero li vedi, quando piangi di nulla e sai ancora sognare. Ricordo tanti frammenti di stagioni liete: d’estate tra il sole e le spiagge, nel canto delle cicale e sotto i pini profumati lasciare il tempo e far mille giochi nelle più belle fantasie di un’anima che non conosceva il dolore, e la sera quell’odore di buono e il lamento del mare laggiù, che si vedeva da una finestra lontano, ed era calmo sempre; fino all’autunno quando si usciva con le strade gialle di foglie e appena appena la pioggia che potevi anche piangere segretamente, ma non serviva! Con il profumo delle castagne e il sapore forte dell’olio nei frantoi perduti tra gli ulivi. Poi ricordo te, mamma, sorridente, con quel tuo vestito azzurro di stelle, mentre mi portavi per mano durante le passeggiate nella villa ombrosa, quando cercavi di insegnarmi la vita, quando ancora non sapevo cosa fosse questo crescere. Credevo significasse soltanto fare cose difficili, da grandi e non capivo, invece, che crescere vuol dire andarsene, lasciare ogni giorno un po’ di gioventù, perdere l’amore, veder mutati i luoghi e le persone, tornare e trovarli comunque uguali, veder morire chi ami e te stesso, tra lo svanire delle speranze. Ma allora la vita era un’altra. E d’inverno il calore del fuoco e l’odore di arance la domenica, il fumo dai comignoli verso le nuvole traboccanti di neve, le feste e l’attesa dei fiocchi, del muschio per il presepe, confortavano le note tristi delle ciaramelle sotto un cielo pieno di stelline fredde che sanno il nostro mistero e ci piangono. Profumi, colori, stracci di stagioni, ecco il passato, quanto ce ne rimane, e con loro, una sconcertante nostalgia di tempi perduti dove piangi di nulla e sai ancora sognare! Allora c’era il futuro e la vita era diversa, fatta di nulla, di giochi e di corse, di favole raccontate sotto le coperte, seguite poi dai canti di culla che, una volta, mi addormentavano meravigliosamente lasciandomi con un sorriso nel mio letto di bimbo, inebriato dalle fate e dai boschi...


MADRE: ...ninna nanna, ninna nanna, ninna nanna...


FIGLIO: ...e che, invece, adesso quasi mi fanno piangere. Ogni stagione finisce in un alito di vento. Solamente dopo prendiamo coscienza delle cose passate, le riassaporiamo, ne sentiamo l’eco lontana, la freschezza, le guardiamo con occhi nuovi. Scopriamo che tutte quelle lacrime, quei pianti, non sono stati poi tanto amari, anzi a volte potremmo anche meravigliarci di come questa o quella cosa ci abbia turbato così profondamente. E come vorremmo tornare indietro e rivivere quei giorni, quell’estate, e tutti i momenti che solo successivamente ci appaiono così intensi, così pieni di gusto! Rimaniamo lì, imbambolati a fissare il muro, mentre le scene più dolci della nostra vita ci passano davanti agli occhi. E pensiamo e ricordiamo, e ricordiamo e pensiamo che ci pare proprio di viverle di nuovo, anzi per la prima volta: sentiamo l’odore di spiagge fiorite, di quella pineta, ascoltiamo le voci, le poesie dimenticate, assaporiamo il suono dei monti che si perdono lungo il confine del cielo tuffandosi stanchi nel mare, l’ulivo consolare le campagne che si cuociono nella luce, i raggi indebolirsi nel volto di lei con l’antica promessa di primavera...d’un tratto siamo ancora bambini e in casa c’è una festa, mentre fuori è la neve.


MADRE: Ma poi? Di tutto questo, di quella vita che se n’è andata, cosa resta? Il passo successivo è tremendo. Ci accorgiamo che è tutto passato, che rimangono solo i ricordi, inutile fango! Solo con i ricordi non si può continuare: un fiore deve essere vivo, a colorare la vita. E invece adesso mi avanza solo il tuo sangue che impaurisce la terra e segna una via. Cosa hai fatto? Tu che eri il mio unico fiore, hai ucciso il mio unico fiore!


FIGLIO: ...io...io sono...ero il tuo fiore? Non sapevo, come avrei potuto, il tuo fiore, io? Perdonami mamma, sono affranto, disorientato, la tua vita ora?...Pensavo solo alla ricerca fallita, credevo di aver calcolato tutto, il tuo dolore per anni ma poi torna sempre il sorriso, sono afflitto nel bambino stupito della candida neve come il suo cuore che non conosce ancora il piangere vero e le lacrime dei grandi! C’erano i fiocchi che nel freddo leggevano il freddo e lei, l’amore mio lontano giocare alle nuvole, e le carezze sui sassi pieni di fiori che forse danzano per l’ultima volta insieme alle note di una canzone che non sa morire...come noi che non sapevamo morire cos’era questo mistero e la notte impazzita di luce! Non capivo i pianti delle sere ridenti, fremevano i baci sotto la luna tra l’oleandro rosso come il sangue mio e quello del sole nei tramonti pieni di antichi prodigi, disperdersi per sempre nella terra, nel bianco delle stelline di ghiaccio che già conoscevano il futuro e non parlavano ma io chiedevo, chiedevo ovunque...e ora non so dove sono povera anima dannata, nel volo degli ultimi uccelli sull’oceano che muore, nel profumo della pioggia e nel sorriso di un bimbo, in ogni sua lacrima, nel silenzio della ragazza che non piange più, nelle onde che vogliono addolcire la roccia e non riescono ma continuano sempre...e vedo i pensieri che ascoltano il cuore, la ragione che non trova lo spiraglio intrappolato nelle grida e nello sgomento del tempo. Il buio mi ha dilaniato la vita, torturato l'anima ogni giorno anche se dicevo basta e tremavo come un bambino chiedendo perdono, perdono di nulla! È impossibile che si soffra nel sangue senza una colpa e la colpa non c'era ma chiedevo perdono e nessuno sentiva...ho pianto perchè poteva esserci il sole insieme alla notte ma dov'era il mattino che riscalda le strade quando scappavo lacrimando nel gelo? Non ho visto nient’altro che tenebre, disperazione senza ritegno, senza nemmeno quel ritegno che viene dal cielo sparito nell'abisso in cui sono caduto, un orizzonte di suppliche troppo distanti, abbandonate tra le urla e i canti di gioia piegava le labbra che non c'era salvezza...E la salvezza, mamma, tu puoi averla! Il ricordo! Il ricordo sarà il tuo nuovo fiore. Vivrò ancora ogni volta che mi penserai sarò lì da te! Ascoltami, ascoltami! Non guardare il mare sotto le montagne, stringi il mio corpo, i miei i capelli stravolti, chiudimi gli occhi! Ascolta la mia voce, ti prego. Non farlo...


MADRE: Stai calmo, Figlio mio. Stai calmo adesso. Non preoccuparti. Le cose torneranno come prima e questa volta saremo vicini per sempre. Lo senti il mare? Mi sta chiamando, è d’accordo con me. Ha sempre ragione, il mare.


FIGLIO: No, mamma! Non fare sciocchezze! Qui non esiste per sempre! Ci sono solo questi attimi, varcata la soglia, per un ultimo sguardo alle cose: un ultimo sguardo, di rimpianto o di schifo che sia. Varcata la soglia tra la vita e la morte non resta nemmeno la morte. No! Non farlo, che non rimane più nulla!


MADRE: ...Ma?...cosa significa? Mi aspettavo una luce bianca, abbagliante e invece...cos’è tutto questo?


FIGLIO: È quello che rimane a chi muore: un sole nero nell’intemporaneo dopo la vita, l’ironica sorpresa, l’ultima beffa. Il finale fatidico dell’umanità, l’insensatezza balorda che gonfia l’universo. L’unica luce è la notte. Lo capisci varcando la soglia: questa luce nera è il destino del mondo e degli uomini, il fine ultimo della loro sofferenza. Tra poco passeranno anche questi istanti fuori dal tempo, verrà soffocata persino l’ombra che adesso ci avvolge.


MADRE: E allora?


FIGLIO: E allora saremo solo un ricordo nel pensiero di chi ci ha voluto bene, tormento e lacrime nelle notti, mesti sospiri durante i racconti. Saremo le grida nella musica triste di quel pomeriggio nuvoloso, gli infiniti perché, il simbolo dell’universo senza pietà, povera polvere e stupida speranza per chi ogni domenica abbellirà la nostra tomba. E saremo nei sermoni pieni d'incenso, nelle dolci preghiere in campagna, in quelle preghiere piangenti che non vanno oltre le rondini. Saremo nei sogni, nei silenzi del mondo, nel sospiro del vento che bisbiglia parole, nella noia assurda di quell’immaginare lontano. Ma passeranno i giorni, e nuove stagioni fioriranno insieme a nuovi soli, nuovi soli illumineranno mille colori. Non si parlerà più del Figlio e della Madre morti sulle montagne perché nelle strade c’è sempre una meraviglia ed è meglio cantare che la vita continua. E alla fine, passerà pure l’ultima gente che serba di noi ancora un ricordo. Così, pian piano, insieme all’oblio funesto che cancella ogni cosa, si spegnerà la luce dell’anima nostra nella mente dei vivi. Adesso, in questo tempo estremo, necessario per l’inutile consuntivo, pur non rimpiangendo la maledetta disciplina e i severi schemi mentali che mi permisero di abbandonare quei luoghi così pregni di me e dei miei giorni, rimpiango la debolezza di non aver cercato ancora quel fiore in mezzo alle spine incessanti: forse sarebbe bastato solo un minuto in più, forse avrei dovuto riposarmi e lasciare le cose a se stesse. Ma ormai sono tutti dubbi insensati: il passo è stato fatto, da pochi attimi o da sempre, non so. Qui il tempo è diverso e lo struggente delirio della vita umana si trasforma in continui rimorsi, in una lacerante nostalgia del passato, nella terribile volontà di tornare indietro, non fosse per piangere ancora. E tutto questo...


MADRE: ...fino a quando non scomparirà questo sole terrificante.


FIGLIO: Visto? Ora lo capisci anche tu. Siamo vissuti e siamo morti invano.


* * *




FIORE: Ma come ha fatto a non trovarmi che gli ero sempre vicino?


SPINE: Sappiamo ben nascondere i colori più belli. Come vedi, hai perso chi doveva trovarti. Ormai manca poco e la loro sorte sarà la tua sorte. Preparati, Fiore perduto, a chinare la fronte!


FIORE: Sono pronto.


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